Kenya: esperienza missionaria giovanile

20190925 kenya-estate  1Kenya: esperienza missionaria giovanile

Buongiorno a tutti! Siamo alcuni dei ragazzi che nell’ultimo anno, hanno partecipato al percorso “Viaggiare per Condividere”, organizzato dal Centro Missionario Diocesano della Diocesi di Padova e a cui collaborano diversi religiosi tra cui i Frati Minori Conventuali della Provincia Italiana sant’Antonio di Padova. Il percorso è costituito da ritrovi mensili, che ci hanno preparati all’incontro con la realtà missionaria. Tra le varie proposte di viaggio, presentateci durante l’anno, noi abbiamo deciso di partire per il Kenya. Il nostro gruppo è composto da noi ragazzi: Stefano, Andrea, Anna e Maddalena e da due accompagnatori: fra Valerio, dei Frate Minore Conventuale, e suor Renata, delle Suore Francescane Elisabettine.

Il nostro è stato un viaggio itinerante che ci ha permesso di conoscere diverse realtà di missione: Nyahururu, dove opera la diocesi di Padova, Meru presso le attività parrocchiali dei frati minori conventuali e infine a Nairobi, ospitati dal dottor Gianfranco Morino fondatore dell’ospedale Ruaraka Uthai Neema Hospital.

20190925 kenya-estate  10La prima settimana, quindi, l’abbiamo trascorsa a Nyahururu ospiti della struttura Effathà, appartenente alla comunità del Saint Martin, dove ci ha accolto don Mariano Dal Ponte. Ad oggi il Saint Martin cura diversi progetti e noi, visitando quasi tutte le strutture ad essi adibite, abbiamo potuto fare amicizia con moltissimi ospiti ed operatori. Non dimenticheremo facilmente i balli e i giochi, tra cui le ferocissime partite di palloncini, condivisi dapprima con le ragazze vittime di abusi o violenze ospitate al Saint Rose e poi con i ragazzi di strada del primo centro di accoglienza, o ancora con i bimbi sieropositivi del Talitha Kum: sono momenti che rimarranno per sempre nei nostri cuori.

Uno dei progetti principali al Saint Martin, però, è quello sulla disabilità, tema da cui la comunità stessa ha avuto origine. Da pochi anni, inoltre, è nato un progetto di collaborazione tra il Saint Martin ed un’altra realtà, quella dell’Arche di Jean Venier, anch’essa molto attiva sotto questo punto di vista.
Attraverso la visita alle loro strutture e ai loro laboratori abbiamo avuto la possibilità di conoscere più da vicino i ragazzi e i loro educatori, le loro problematiche e il loro modo di vivere che segue il motto del Saint Martin stesso: “Solo attraverso la comunità”.

Al Saint Martin, infatti, tutto ruota intorno a questo concetto: lo scopo di tale struttura quindi non è solo quello di accogliere i ragazzi per insegnare loro ad avere una maggiore autonomia, ma di formare la comunità stessa, o la famiglia, ad accettarli e a prendersi cura di loro trattandoli come parte integrante della società e non come uno stigma da nascondere. Proprio per questo all’Arche gli ospiti vengono chiamati “core members”, in modo da dimostrare e ricordare a tutti che sono proprio gli ospiti stessi, sono i ragazzi ad essere il nucleo della comunità.

Proprio grazie al Saint Martin ci siamo resi conto di quanto la comunità, che sia una parrocchia o una famiglia, possa fare la differenza in situazioni problematiche o difficili e di come l’amore reciproco sia capace di riportare il sorriso su volti che per troppo tempo ne erano stati privi. L’incontro infatti con core members, operatori e volontari ci ha rivelato come spesso è il nostro stesso cuore ad essere abitato da disabilità che necessitano solamente dell’incontro con l’altro per essere spianate.

Prima di partire da Nyahururu abbiamo fatto visita alla parrocchia di Mochongoi, il cui parroco è don Sandro Ferretto, e, celebrando la S. Messa lì insieme al gruppo dei giovani, tra canti e balli ci siamo resi conto di come la messa per loro sia una vera e propria festa a cui partecipare con quanta più gioia e vitalità possibile. Travolti, così, dalla loro allegria abbiamo vissuto la celebrazione in un modo completamente nuovo rispetto a quelli a cui eravamo abituati senza nemmeno accorgerci del fatto che il tutto sia durato più di due ore!

È poi seguita la visita a Weru dove opera don Vittorio Grigoletto e a North Kinangop dove don Sandro Borsa è riuscito ad avviare una struttura notevole come l’ospedale con annesse postazioni quali alloggi per i dipendenti, falegnameria, panificio e molte altre cose. Abbiamo inoltre trascorso una giornata a Ol Moran, presso la missione della diocesi di Venezia guidata da don Giacomo Basso.

20190925 kenya-estate  2Al termine della prima settimana, quindi, abbiamo salutato Nyahururu per dirigerci verso Meru. Dopo una tappa di due giorni presso l’enorme Santuario mariano di Subukia, siamo arrivati a Ruiri, il convento dei Frati Minori Conventuali. Qui insieme a fra Blasio e fr. Martin abbiamo visitato le strutture gestite dalla comunità stessa, tra cui un ambulatorio e una scuola organizzati in modo da permettere anche ai più poveri di partecipare. Ciò che ci ha colpiti maggiormente, però, è stata la generosità di chi ci ha ospitati, una generosità così completa e disarmante da lasciarci senza parole.

Durante la permanenza a Meru ci siamo recati anche presso la comunità del Cottolengo in cui molti dei postulanti di Ruiri fanno sevizio. Essa si trova a Chaaria e si occupa di persone con una disabilità tanto grave da limitare al massimo la loro autonomia. Al Saint Martin avevamo già incontrato ragazzi con delle difficoltà ma che godevano di un’autonomia quasi completa. Al Cottolengo, invece, la situazione era un po’ diversa e alcuni di noi hanno riscontrato una maggiore difficoltà ad ambientarsi e ad entrare in relazione con gli ospiti, ma alla fine tutto è andato per il meglio, ci siamo resi conto, infatti, di quanto, in quell’ambiente, le parole fossero superflue e di come, invece, i gesti, le carezze e i sorrisi fossero la chiave per poter comunicare con i ragazzi stessi. Sicuramente come esperienza è stata molto impattante, ma per noi ha rappresentato anche un importante spunto di riflessione per capire quanto effettivamente siamo capaci di superare l’apparenza per riuscire a cogliere, invece, ciò che di buono e bello abita i nostri cuori oltrepassando le diversità.

Infine, come ultima tappa, siamo andati a Nairobi. Dapprima ospitati nella casa di formazione dei frati francescani e successivamente presso il Ruaraka Uthai Neema Hospital, fondato dal medico piemontese Gianfranco Morino e gestito dalla ONG World Friends, di cui è responsabile. Se fino a quel momento, durante il nostro viaggio, siamo stati in contatto con una povertà rurale caratteristica dei villaggi che, specialmente nel periodo delle piogge, si colorano di verde tipico delle coltivazioni di mais; la povertà urbana propria delle baraccopoli (slums) di Nairobi è stata estremamente toccante.

20190925 kenya-estate  11Le contraddizioni che racchiude questa città tra maestosi palazzi governativi e baracche di lamiera poste vicino a cumuli di immondizia sono molteplici; una tra tutte le condizioni e lo spazio in cui la maggior parte della popolazione vive: Korogocho vede 180.000 abitanti in 1 km2. Oltre quindi alle mancanze che chi vive nelle baraccopoli deve affrontare, si vede privata anche dello stesso spazio vitale. Ed è proprio in questo contesto che World Friends, nella baraccopoli di Mathare Valley, ha costruito un campo da basket. Al campo si è affiancata anche una scuola, e questo spazio d’aria così raro e prezioso è diventato così un punto di ritrovo per centinaia di bambini e ragazzi che vivono lì, la cui unica alternativa sarebbe passare le giornate lungo vicoli impolverati e strade. Guidati da Dominique, allenatore e mentore dei ragazzi, abbiamo conosciuto meglio l’attività e trascorso il pomeriggio con i ragazzi. Ci sembrava surreale la loro felicità per il contesto nel quale ci trovavamo, i loro sorrisi nel giocare a basket o a calcio con un pallone bucato nel metro di terra che separava il campo da basket e la struttura della scuola. Un altro progetto di World Friends è la scuola di musica e danza nello slum di Babadogo e anche qui abbiamo avuto modo di imparare l’importanza di attività a nostro avviso semplici nella vita di questi ragazzi.

È stata un’esperienza che ha messo alla prova tutti e cinque i nostri sensi: il tatto per le strette di mano e gli abbracci ricevuti e dati; la vista per i paesaggi, i colori, i sorrisi e i volti incontrati; l’olfatto per il profumo della vita, dell’ospitalità, della gratuità, ma anche per l’odore delle strade e delle discariche; il gusto per i nuovi cibi assaggiati così diversi da quelli a cui siamo abituati; l’udito per i testimoni e le loro storie ascoltate e impresse nelle nostre menti. Ma più di tutto sono stati messi alla prova i nostri cuori attraversati come da una folata di vita nuova; siamo tornati a casa con occhi diversi, occhi che provano ad essere il più possibile uguali per tutti cercando di spianare paure, differenze e pregiudizi attraverso l’incontro vero con le persone e con qualche attenzione in più verso ciò che abbiamo e verso ciò che buttiamo.

Stefano, Andrea, Anna, Maddalena

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