Omelia del Ministro Provinciale in occasione della Festa della Lingua 2017

Screenshot 20170219-225042Omelia del Ministro Provinciale fra Giovanni Voltan, tenuta presso la Basilica del Santo di Padova per la Festa della Traslazione delle reliquie di S.Antonio, detta Festa della “Lingua del Santo” nella domenica che segue il 15 febbraio: 19 febbraio 2017, alle ore 17.

Eccellenza Rev.ma, fratelli e sorelle, 
nella sua provvidenza, a nostra consolazione, il Signore ha disposto che la Lingua di S. Antonio giungesse noi non corrotta. 
Anzitutto dobbiamo cogliere questo evento singolarissimo non come un fatto magico, un idolo, un mito, o qualcosa del genere, ma come un segno concreto che il Signore ci ha lasciato: una lingua viva.

La domanda più intelligente che allora possiamo farci è “Perché? Cosa vuole dirci il Signore con questo segno”? La risposta la troviamo nelle parole bagnate di stupore che frate Bonaventura da Bagnoregio, ministro generale dell’Ordine, ebbe a dire quando - nella prima ricognizione ai resti mortali del Santo, in occasione della traslazione del corpo nella nuova chiesa -, si trovò davanti la lingua incorrotta di Antonio: «O lingua benedetta che sempre benedicesti il Signore e lo facesti benedire anche dagli altri, ora appare chiaramente quanto sia stato grande il tuo merito davanti a Dio!». (Benignitas, 15)

C’è come una profezia simbolica anche per noi in quest’esclamazione di S. Bonaventura: anche la nostra lingua non subirà corruzione, nella misura in cui vivrà i due aspetti sottolineati: benedire il Signore, farlo benedire dagli altri.
È quanto ha fatto il Santo: con lo strumento della sua lingua ha annunciato la verità del Vangelo, ha parlato di Dio e a Dio in favore di tanti, ha ammonito, ha perdonato…

La lingua del Santo ci ricorda che il dire-bene/bene-dire la vita, Dio, le persone, gli affetti passa per quel minuscolo ma decisivo organo che è la lingua; passa per il suo parlare e tacere, per la sua disciplina. Spesso Papa Francesco ci ammonisce sull’evitare le chiacchere, sul dovere di morderci, quando serve, la lingua proprio per evitare di diffondere il male, di fare gossip. “Che sia benedetta” è il testo di Fiorella Mannoia all’ultimo Festival di Sanremo da cui prendo qualche parola: “per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta. Per quanto sembri incoerente e testarda se cadi ti aspetta (…) Siamo eterno siamo passi siamo storie, siamo figli della nostra verità. Che sia benedetta (la nostra vita)”. Ecco, bene-dire – dire-bene è la priorità della nostra vita.

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Da alcuni anni poi la nostra lingua fisica dispone di una estensione formidabile datale dalla potenza della tecnica: lingua sono così le mie parole sul telefonino, nel computer, nei media. Una potenzialità enorme di bene, ma anche un alto rischio di fare e di farsi male. Abbiamo così tante forme di comunicazione veloce che corrispondono a tante lingue, ma spesso ci troviamo disorientati, bombardati da notizie, commenti, che arrivano in tempo reale. Noi stessi con quest’estensione della nostra lingua possiamo inviare e ricevere di tutto: migliaia di parole, immagini. Chi dice la verità? I media stessi deputati alla comunicazione e all’informazione spesso travisano gli eventi, entrano nella vita degli altri - chiunque essi siano -  in maniera non corretta, deformando l’oggettività dei fatti solo per fare audience. Uno afferma per certa una determinata realtà e un altro tutto l’opposto, sempre con altrettanta e documentata sicurezza. Di chi possiamo fidarci? Siamo spesso frastornati. Anche per lo stile e il linguaggio incalzante, aggressivo se non, addirittura, volgare. Efficace anche per noi l’immagine biblica della torre di Babele che troviamo nel libro della Genesi (cf. Gn 11): gli uomini si sentono così arditi da costruire una torre che raggiunga il cielo, ma finiscono con il non capire più ciascuno la lingua dell’altro. Il loro sogno di potenza li ha frammentati, disuniti…Non si comprendono più, mentre prima avevano un’unica lingua.

Lingua è parlare ma anche tacere per attingere da dentro, dal silenzio, dal profondo le parole da porgere. È proprio così che si parla, come recita l’antico adagio, ex abundantia cordis, dall’abbondanza del cuore, da un cuore buono, abitato dal Vangelo, da una coscienza che si sente responsabile della crescita dei fratelli.

Ha utilizzato così la sua lingua S. Antonio, parlando del Signore e indicandoci una lingua universale che tutti possono apprendere e intendere, una lingua  che non mente, che conduce alla verità della vita, delle cose: è la lingua mite del Vangelo.

E oggi, questa sera, cosa potrebbe dirci la lingua del Santo?
Credo che egli potrebbe parlarci così: «Fratelli, guardiamo al Signore! Viviamo una vita breve - la mia è stata un soffio di 36 anni - : per questo finché abbiamo tempo operiamo il bene. Mettiamo il Signore Gesù al centro della nostra vita, delle nostre scelte ed azioni. Costruiamo su di lui la nostra vita  senza inseguire cose e sogni mondani. Degno di fiducia è lui che ha dato la vita per noi. Non perdiamolo mai di vista anche quando la sua parola si fa impegnativa e, come nel Vangelo di questa domenica, ci propone di amare i nemici, di essere e fare come lui. E saremo nella pace; anche nei momenti faticosi potremo percepire quella gioia che i nostri cuori cercano. Guardate a lui quando siete afflitti e anche quando siete nel peccato e  tenebre e io, frate Antonio, prometto d’essere sempre dalla vostra parte e di bussare con voi e per voi al suo cuore».

Caro Santo,  in questo giorno di festa, chiediamo la tua intercessione perché la nostra lingua sia strumento di benedizione e verità, ambasciatrice di Vangelo e di vita buona. Amen.
fr. Gv

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